Le mura e i torrioni del Castello Svevo Angioino Aragonese di Manfredonia visti dall'esterno.
Il Castello Svevo Angioino di Manfredonia — foto: King Leon · Public domain · Wikimedia Commons

Ci sono città che crescono lentamente, per accumulo. Manfredonia no: Manfredonia è stata progettata. Ha una data di nascita, un fondatore con nome e cognome e un impianto urbano voluto a tavolino. Ma per capirla davvero bisogna partire da un'altra città, quella che c'era prima e che oggi non c'è più.

Prima c'era Siponto

A pochi chilometri da dove oggi passeggiate, sulla costa del golfo, sorgeva Sipontum. Fu colonia romana dal 194 a.C., impiantata su un insediamento ben più antico, e per secoli fu uno scalo marittimo di primo piano dell'Adriatico meridionale: di qui passavano merci, pellegrini diretti al santuario dell'Arcangelo e traffici verso l'Oriente.

Poi, lentamente, la storia le si mise contro. Il porto cominciò a interrarsi, le acque stagnanti resero l'aria malsana e la malaria si insediò nell'area. Il colpo decisivo arrivò con i terremoti del XIII secolo — quello del 1223 in particolare — che danneggiarono gravemente l'abitato. Siponto si spopolò. Non fu distrutta in un giorno: si spense.

Di quella città restano oggi l'area archeologica e, soprattutto, la Basilica di Santa Maria Maggiore, romanica, con la sua cripta: uno degli edifici più affascinanti di tutta la Puglia, sopravvissuto alla scomparsa della città che avrebbe dovuto servire.

Il progetto di re Manfredi

Qui entra in scena Manfredi di Svevia, figlio di Federico II e re di Sicilia. Serviva un nuovo porto per la Capitanata, e serviva in un luogo più salubre e difendibile. Le fonti raccontano che la prima pietra venne posata nel 1256, spostando l'insediamento di qualche chilometro verso nord, su un sito ventilato e affacciato direttamente sul golfo.

Il passaggio decisivo arriva però nel 1263: con un diploma regio Manfredi diede alla nuova città il proprio nome — Manfredonia — la dichiarò città di diritto regio e la dotò di una zecca per battere moneta propria. Non era un borgo cresciuto per caso: era una fondazione di re, con un impianto regolare a scacchiera che ancora oggi si legge camminando per il centro storico. Quelle strade dritte che si incrociano ad angolo retto, così diverse dai labirinti di altri centri medievali, sono il segno di quel progetto.

Manfredi non vide la città finita: morì nel 1266 nella battaglia di Benevento, e la sua opera passò agli Angioini che gli succedettero.

Le mura e il Castello

Una città di mare, nell'Adriatico medievale, era una città esposta. Per questo Manfredonia nacque cinta di mura, con il Castello a presidiarne l'angolo verso il porto. La fabbrica venne avviata in età sveva e proseguita dagli Angioini; in seguito, sotto gli Aragonesi, l'impianto fu adeguato alle nuove esigenze dell'artiglieria con l'aggiunta di poderosi bastioni angolari, quelli che ancora oggi danno al complesso il suo profilo massiccio.

Oggi il Castello ospita il Museo Archeologico Nazionale, e vale la visita per una ragione su tutte: le stele daunie. Sono lastre di pietra scolpite dalla civiltà che abitava questa terra prima dei Romani, coperte di figure, armi, scene di caccia e di navigazione, geometrie che sembrano tessuti. Costituiscono uno dei patrimoni archeologici più singolari d'Italia, e stanno a seicento metri da casa nostra.

Il 16 agosto 1620

La data che i manfredoniani conoscono a memoria è questa. Quel giorno una flotta ottomana — le cronache parlano di decine di galee e di migliaia di uomini — comparve davanti al golfo e sbarcò. La città venne presa, saccheggiata e incendiata: le chiese spogliate, le campane portate via, gran parte della popolazione uccisa o catturata per essere venduta come schiava. Quando le navi ripartirono, Manfredonia bruciava.

È una ferita che ha segnato in profondità l'identità cittadina e che ancora oggi viene ricordata e rievocata. Ma è anche, a ben vedere, la seconda volta che questa terra riparte da capo: come Siponto si era spenta generando Manfredonia, così Manfredonia si ricostruì sulle proprie rovine.

Consiglio pratico: fate questo itinerario nell'ordine giusto. Prima l'area archeologica di Siponto con la basilica, poi il centro storico e la Cattedrale, infine il Castello e il museo. Così la storia si racconta da sé, e sono tutte tappe raggiungibili in poco tempo dalla struttura.

Dalla ricostruzione a oggi

I secoli successivi furono quelli della lenta ripresa: la città tornò a vivere di pesca, commercio marittimo e agricoltura, mantenendo con il mare un legame che non si è mai interrotto. Il Novecento ha portato l'espansione moderna, il porto industriale, una stagione economica complessa e poi la riconversione verso il turismo e la valorizzazione del patrimonio.

Nel 2016 l'area archeologica di Siponto è tornata al centro dell'attenzione nazionale grazie a un'installazione di arte contemporanea in rete metallica, che ha restituito in trasparenza il volume dell'antica basilica paleocristiana sopra le sue fondazioni: un modo inatteso e potente di far vedere ciò che non c'è più. È forse l'immagine migliore per chiudere questo racconto — una città che continua a rendere visibile la propria memoria.

Camminando per Via Campanile, fra la Cattedrale e il Castello, siete esattamente dentro questa storia. Non serve immaginarla: basta alzare lo sguardo.

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